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Definire
Catania è quasi impossibile: è davvero un'ardua impresa
rintracciare un aggettivo che da solo riesca a compattare il
carattere di questa città. Ma a volerci comunque provare,
qualcosa si può trovare.
Bella,
perché Catania è innanzitutto bella. E te ne accorgi subito, da
qualunque parte tu ci arrivi, perché gentilmente splendida è
colei che, dall'alto di suoi 3350 metri s.l.m., come una perfetta
padrona di casa, ti dà per prima il benvenuto in città:
l’Etna.
L’Etna,
che è ovviamente un vulcano, ma che i catanesi declinano
abitualmente al femminile, perché – per chi a Catania è nato e
cresciuto – questo vulcano è semplicemente ‘a
muntagna: è appunto lei che guida in città gli sguardi che
filtrano attraverso gli oblò degli aerei che volano alla volta
dell’aeroporto Bellini di Catania-Fontanarossa. E’
sempre l’Etna, poi, che sembra volerti abbracciare
quando, non appena scendi dai traghetti che fanno la spola sullo
Stretto, la vedi stagliarsi maestosa lì in fondo e diventare
sempre più grande e luminosa mentre corri sull’autostrada che
da Messina ti porta a Catania. E ancora una volta è lei, la
montagna, che ama specchiarsi nelle acque del porto di Catania,
millenario faro di innumerevoli genti e civiltà che qui, ai piedi
del vulcano, sono voluti arrivare, spesso con l'idea di
mettere salde radici. L’Etna, temuta da chi non la conosce,
appassionatamente amata da chi invece ne ha respirato l’aria sin
da bambino e sa che lei, la sua montagna, non gli farà mai del
male.
Catania
è veramente bella. Distesa com’è sullo Ionio, ti regala
immediatamente la percezione della grande città, della città
aperta e solare, che accoglie tutti e tutti rapisce.
Solare.
Catania è anche una città solare, perché solare è il barocco
che trionfa nel suo centro storico, fatto di nomi che il catanese
ha metabolizzato al punto di sentirli completamente come parte di
sé stesso: via Etnea, la villa Bellini, via Umberto, piazza Stesìcoro,
piazza Università, piazza Teatro Massimo (il cui nome ufficiale
è invece piazza Vincenzo Bellini), via Antonino di Sangiuliano, i
Quattro Canti, piazza Dante, via Crociferi, piazza Ogninella,
piazza del Duomo, porta Uzèda, via Garibaldi, la Pescheria ('a
Piscarìa).
Città
solare, con quel senso indescrivibile di luce che ti avvolge
quando, passando da un viale a un corso e da un corso ad un altro
viale, arrivi lì, a due passi dal mare, dopo esserti lasciato
alle spalle pure il corso Italia e, con lui, la frenesia del
vivere quotidiano. A quel punto sei già sullo Ionio, sei sul
lungomare nord e inizi il tuo viaggio verso i luoghi che più di
tutti furono del Verga: trovi Ognina, incontri Aci Castello,
raggiungi Aci Trezza e ammiri la Riviera dei Ciclopi con i suoi
grandi faraglioni (che il mito vuole scagliati dal ciclope
Polifemo contro Ulisse) sempre lì a guardarti e a chiamarti.
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Se
poi non sei ancora sazio, puoi anche andare avanti alla volta di
Capomulini e della bella Acireale, cittadina anche lei baciata in
fronte dal barocco che orgogliosamente esplode in piazza del
Duomo, un barocco – quello acese – che, con la trionfale
preziosità dei suoi intagli e delle sue decorazioni, può
indubbiamente essere catalogato come il più elaborato e leggiadro
di tutta la Sicilia.
Catania,
città aperta, dai modi allegri e ironici. L’ironia e
l’affabilità quasi proverbiali sono proprie di tutti i
siciliani, ma nel catanese questi caratteri assumono un aspetto
così teatrale ed esuberante da lasciare a volte senza parole il
turista. La teatralità la trovi dappertutto: sugli autobus, nei
negozi, nelle piazze, dentro i bar, nelle affollate vie del
centro, nei ristoranti, nella cadenza del parlare, nei mille pub,
nella gestualità della gente. Ma se vuoi assorbirne
l’essenza già in pochi minuti, non c’è posto migliore della
Pescheria, il pittoresco mercato del pesce: un autentico trionfo
di suoni, colori e sapori.
Posta
subito dietro l’acqua
a linzòlu (la fontana ottocentesca del fiume Amenàno, il
mitico fiume, citato già da Ovidio, che – più volte interrato
dalle colate laviche – corre oggi sotterraneo alla città), la
Pescheria si allarga in un reticolo di vie e vicoli che si
dipanano tra la piazza del Duomo e gli Archi della Marina. E'
qui che si respira a pieni polmoni quella catanesità,
fatta di colore popolare e di vivace umanità, che sa rendere così
unica la Sicilia.
Città
aperta, come aperto ed estremamente dinamico è il carattere dei
catanesi. Questa è una città che non dorme mai, sempre frenetica
di giorno, sempre viva e accesa di notte, capace di passare da un
tramonto ad un’alba e da un’alba ad un tramonto tutta d’un
fiato, senza fatica alcuna e sempre di corsa.
Ed
è pure una città in cui ogni ora del giorno ha un suo piatto e
in cui – camminando per la strada – ti può capitare spesso di
passare da un odore a un profumo e da un profumo ad un altro odore
senza soluzione di continuità, perché Catania è tutta un
trionfo di gusti e sapori, declinati sempre con una fantasia
abilissima e capace di esprimersi in una cucina, in una
pasticceria e in una gelateria che non finiscono mai di stupirti.
Questa
dinamicità la respiri anche vivendo l’anima profondamente
commerciale di Catania, ricca com’è di vetrine sfavillanti e
tutta circondata da centri commerciali (ad oggi se ne contano
nove) in grado di stupire anche gli occhi più smaliziati.
Ma
questa è pure la città dell’Etna Valley (www.etnavalley.com),
la grande area industriale che è nata con l’obiettivo di
costituire una buona rete
di relazioni tra
industrie ad alta
tecnologia, centri
di ricerca e istituti
di formazione dell'Università, enti
locali, terziario avanzato e che non si stanca mai di
inventare, anno dopo anno, il proprio futuro.
Dinamicità
vuol dire poi anche cultura e intrattenimento: tantissimi e
attivissimi i teatri e i cinema presenti sul territorio,
ricchissima l’offerta libraria, ben differenziata l’offerta
formativa dell’antica (1434) università della città. E
proprio l’università, coi suoi 65.000 iscritti, insieme ai due
osservatori dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), ai
Laboratori Nazionali del Sud (LNS) dell’Istituto Nazionale di
Fisica Nucleare (INFN) e alla sede catanese dell’Istituto
Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), dona a Catania
quella vivacità che solo la presenza di una grande popolazione
studentesca può assicurare.
Città
bella, solare, aperta, dinamica, allegra, commerciale, vivace,
ironica e teatrale. Tutto chiaro, dunque? No. Perché Catania sa
anche essere sfuggente e schiva. Quando pensi di averla conosciuta
sino in fondo, la sua anima – quasi con un moto di incosciente
ribellione – fa di tutto per stupirti ancora. E Catania sa
effettivamente suscitare stupore quando, all'improvviso, la vedi
piombare con anima e cuore nell'atmosfera dei festeggiamenti
agatini: sant'Agata è Catania e Catania è
sant'Agata.
Trovare
il confine tra la città e la sua santa patrona è impossibile: in
quei giorni di febbraio, tutto assume un colore differente, a metà
strada tra la luce dei tantissimi ceri accesi dai devoti e gli
sgargianti colori di fuochi d'artificio sempre spettacolari.
Un'atmosfera, quella agatina, in cui l'aria di festa che anima la
città giorno e notte sa mescolarsi a momenti di affascinante pathos
popolare, come accade anche nella tradizionale e coinvolgente acchianàta
di Sangiulianu (la salita di Sangiuliano) della notte tra il 5
e il 6 febbraio.
Catania
sembra davvero avere assorbito sino al midollo il succo della lava
etnea di cui è fatta. E se l’occhio che la ammira non è
superficiale, può percepire immediatamente la traccia di ciò. La
prima cosa che colpisce della città e della sua vasta area
metropolitana è il colore. Non solo il colore delle chiese e dei
palazzi, ma anche il colore di ponti, case coloniche e persino dei
marciapiede e delle massicciate delle strade: è la pietra lavica
a dominare tutto il paesaggio etneo, senza tuttavia che questo
grande mantello nero, attraversato dai bagliori ramati resi quasi
vivi dal sole, incuta cupezza. Anzi, è assolutamente vero il
contrario, perché racconta un’avventura lunga 27 secoli, fatta
di distruzioni e di rinascite, permeata da una tenacia aspra che
sembra aver voluto imporre questo suo carattere anche a tutto il
paesaggio urbano e naturale dell’area. E ciò accade
certamente a Catania, dove la calcolatissima e scenografica
successione di piazze e quinte architettoniche assume una severità
estranea agli ambienti barocchi del resto dell’Isola. Ma accade
anche in tutti i comuni della grande area metropolitana catanese,
e accade persino lungo tutta la costa, dove puoi vedere il blu
profondo dello Ionio sposare, in un matrimonio unico e
inimitabile, il bruno intenso della roccia lavica che ha dato vita
a scogliere e faraglioni, in un frastagliatissimo e irto confine
cromatico.
Una
scala di colori estremamente variegata, dunque, fatta di tinte
forti e anche opposte: il blu intenso dello Ionio, il rosso
infuocato della lava etnea, il bianco candido della neve che copre
il vulcano in inverno, il nero impenetrabile della pietra lavica,
il giallo abbagliante delle campagne in estate, il verde
rigoglioso dei boschi e dei campi in primavera. Ancora una volta,
l'Etna recita il suo importante ruolo in questo trionfo di colori.
Insomma,
Catania – in realtà – è una città complessa, che non
finisci mai di conoscere davvero. Quando pensi di averla capita,
allora è giunto il momento chiedersi se non sia il caso di
ricominciare da zero. E quando pensi di averla definita, ecco che
ti sfugge dalle mani e ti invita a cercarla ancora, in un
abbraccio che non ti molla mai. Questa è una città che sa
rapirti, che sa farti suo, perché…
“…Catania
è ‘na pupa,
(Catania è una bambola,)
capìddri
castani, labbra carnùsi e l’occhi ruffiani, (capelli
castani, labbra carnose e occhi ruffiani,)
e
quannu mi sapi luntanu du’ iòrnna
(e quando sa che mi allontano anche solo per due giorni)
ca
so’ vuci d’àngilo mi dici: tònna!” (con la sua voce
d'angelo mi dice: torna!)
Questa
è veramente una città unica, con un suo carattere forte, quasi
assoluto, fatto di immagini, suoni, colori, odori e sapori che ti
porti dentro ovunque vai, perché…
“…Catania
d’ a gguèrra, (Catania nell'epoca della guerra,)
Catania
urricàta, distrrùtta e ppi setti voti rrinàta,
(Catania sommersa, distrutta e per sette volte rinata,)
non
c’èntranu i soddi, non c’entra ‘a futtùna,
(non contano i soldi, non conta la fortuna,)
Catania
‘ndo mùnnu cci nnè sulu una.” (Catania nel mondo ce n'è
solo una.)
E
allora, forse, questa Catania, sempre così diversa e sempre così
tanto capace di sorprenderti, la puoi definire solo chiudendo gli
occhi e dando libero sfogo alla tua immaginazione. Serra gli occhi
e inizia a immaginare. Potrai
allora vederti passeggiare sotto il sole, in via Etnea e poi in
piazza Duomo, accanto ad una splendida donna, guardare insieme a
lei ‘u Liotru,
l’elefante nero che è simbolo della città e che domina la
piazza, e poi rivolgere con lei lo sguardo verso ‘a
Muntagna che veglia sulla città.
A
quel
punto, vi incamminerete insieme su per via Garibaldi, sino a
raggiungere la porta Ferdinandea che nel 1768 venne eretta per
celebrare le nozze tra Ferdinando IV di Sicilia e Maria Carolina
d’Austria.
Lì
vi fermerete e così potrai vedere quella donna alzare lo sguardo,
osservare la porta e udirla sussurrare mentre legge quella
iscrizione: Melior de
cinere surgo, dalle
mie ceneri rinasco ancor più splendente.
Solo
in quel momento, riaprendo gli occhi che tenevi serrati, capirai
di aver passeggiato con al tuo fianco Catania. E forse potrai
anche dire di averla conosciuta, almeno un po'.
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