ETNA NORD EST. Viagrande, Zafferana Etnea, Milo, Sant’Alfio, Strada Mareneve, Rifugio Citelli, Piano Provenzana, Pineta Ràgabo, Linguaglossa, autostrada A18 Messina-Catania.

 

Questo itinerario, da percorrere in auto o in moto, si sviluppa lungo i versanti Est e Nord-Est dell’Etna, all'interno del Parco dell'Etna (www.siciliaparchi.com). I chilometri da coprire non sono molti e la strada (tutta con fondo stradale buono), una volta usciti dall’area metropolitana di Catania, diventa scorrevole e quasi del tutto priva di traffico. Tuttavia, è opportuno trovarsi nei dintorni di Catania già di buon mattino: diversamente, sarà impossibile effettuare tutte le soste consigliate. Da tenere poi ben presente che, nei mesi invernali più freddi, il percorso, dopo qualche chilometro dall'inizio della strada Mareneve, può richiedere l'impiego di pneumatici da neve o di catene.

 

Provenendo dal centro di Catania. Uscire dalla città percorrendo prima viale Raffaello Sanzio e poi via Vincenzo Giuffrida in direzione Nord, immettendosi così nel raccordo autostradale A18dir. Dopo circa 6 chilometri, seguire le indicazioni per Paesi Etnei e, successivamente, per Viagrande.

Provenendo da fuori Catania (Nord). Percorrere l’autostrada A18 Messina – Catania fino alla barriera di Catania San Gregorio. Superata la barriera, prendere la prima uscita (che si incontro dopo pochissime centinaia di metri dai caselli) e seguire prima le indicazioni per San Gregorio e poi per Viagrande.

Provenendo da fuori Catania (Sud). Percorrere tutta la Tangenziale Ovest di Catania (Raccordo Autostradale RA15) in direzione Messina e prendere l’uscita Paesi Etnei (che si trova poche centinaia di metri prima della barriera di Catania San Gregorio). Seguire poi le indicazioni per Viagrande.

 

Viagrande (www.comune.viagrande.ct.it)  merita una prima sosta. Da ammirare è la bella piazza San Mauro su cui si affaccia la chiesa matrice che – pur dedicata alla Madonna dell’Idria – è in realtà da tutti conosciuta come chiesa di San Mauro, patrono del paese e le cui reliquie sono qui custodite. E proprio la festa di San Mauro, ogni 15 gennaio, è un evento da vivere per i colori che la caratterizzano e per i momenti di straordinario trasporto popolare che sa regalare, come nel caso dei grandi fuochi d’artificio della sera della vigilia: anche per Viagrande come per molti altri centri siciliani grandi e piccoli, è proprio il caso di dire che chi non ha mai assistito ad uno spettacolo pirotecnico in Sicilia, non sa cosa siano veramente i fuochi d’artificio. Sempre a Viagrande merita una sosta il Parco Monte Serra (www.parcomonteserra.it) che sorge su un antico cono vulcanico avventizio, il più vicino al livello del mare tra tutti quelli che sono disseminati lungo le pendici dell’Etna. Il parco, distante solo un paio di chilometri da piazza San Mauro (in direzione Trecastagni), è degno di nota anche per la sua bellissima casa delle farfalle. L’ingresso al parco è in via Umberto, dopo il civico 242, ma è sempre bene verificarne prima gli orari di apertura sul sito istituzionale. Per chi, poi, non vuole lasciare l’Etna senza averla conosciuta davvero, indispensabile è una visita al Museo dell’Etna (www.etnamuseum.it), moderno e interattivo punto di riferimento per chi dai vulcani è attratto e stupito: si trova sempre a Viagrande in via Dietro Serra e anche in questo caso è opportuno accertarsi sempre degli orari di apertura al pubblico tramite il sito istituzionale.

 

Lasciata Viagrande, si prosegue seguendo le indicazioni per Zafferana Etnea (www.zafferanaetnea.com). Come molti altri comuni etnei, anche Zafferana è luogo di villeggiatura per molti catanesi, ma è anche molto di più. Importante centro di produzione e lavorazione di miele, funghi e castagne, si caratterizza pure per una produzione vitivinicola di grande qualità. L’ottocentesco palazzo municipale in stile liberty e la settecentesca chiesa madre di Santa Maria della Provvidenza, col suo prospetto realizzato in pietra bianca di Siracusa, si affacciano sulla centralissima piazza Umberto I, luogo nel quale la consumazione della tipica e gustosa siciliana è, da generazioni, un autentico rito al quale nessun catanese (e non solo!) è capace di sottrarsi. Ad ottobre, poi, Zafferana richiama centinaia di migliaia di persone nell’ambito di quel grande evento gastronomico e culturale che da alcuni decenni è l’ottobrata zafferanese (www.ottobrata-zafferanese.com) che rivive ogni anno durante tutte le domeniche di ottobre.

 

L'itinerario prosegue uscendo da Zafferana e continuando a salire in direzione Milo. Si tratta di un piccolissimo comune di circa mille abitanti, arrampicato sul fianco del vulcano e proprio per questo spesso scelto come dimora anche da artisti illustri. Qui hanno casa, per esempio, il cantautore Franco Battiato e sempre qui amava trascorrere parte del suo tempo Lucio Dalla che, proprio respirando l'atmosfera magnetica dell'Etna, scrisse e compose la canzone Siciliano. Il rapporto tra Dalla e l'Etna è stato sempre un rapporto viscerale, molto simile a quello che tanti catanesi e siciliani in genere hanno con il loro vulcano e, proprio per questo, l'improvvisa morte del cantautore è stata pianta anche come la morte di un figlio illustre della Sicilia. Tra l'altro, nelle campagne etnee Lucio Dalla ha prodotto un vino conosciuto come Stronzetto dell'Etna, nome che fu ispirato da Carmelo Bene. A raccontarlo è stato lo stesso Dalla: Carmelo s'era preso una ciucca terribile bevendolo, da non stare più in piedi. E la sera dopo, consegnandomi un premio, aveva detto: "Ecco quello stronzetto di Lucio Dalla". Lo chiamai così per questo, il mio vino. Ancora oggi, molti a Milo ricordano quelle sere in cui Lucio amava sedersi nella piazzetta, rimpinzandosi di càlia e simènza, con la sua Etna a fargli compagnia.

 

Lasciando Milo, si prosegue in salita in direzione Fornazzo fino all'imbocco della strada Mareneve che, tra boschi e panorami lavici, taglia il fianco nord-est del vulcano. Prima di percorrerla, però, merita una breve deviazione il piccolo paese di Sant'Alfio (www.comune.sant-alfio.ct-egov.it). Per raggiungerlo, è sufficiente procedere lungo la Strada Provinciale 59 per qualche centinaio di metri oltre l'imbocco della strada Mareneve, seguendo poi le indicazioni. Si tratta di un piccolo comune di circa 1500 abitanti, che appare letteralmente abbarbicato su un fianco dell'Etna e che è tradizionalmente vocato alla produzione vitivinicola. In piazza del Duomo, piena di fascino è la grande Chiesa Madre, con la sua facciata interamente realizzata in pietra lavica in bella vista: ammirandola, si comprende in pieno cosa rappresenta l'Etna per questi territori. Antistante la chiesa è un belvedere che - di giorno come di notte - consente di far spaziare gli occhi su tutta la costa ionica immediatamente a nord di Catania. Ma nel mondo dici Sant'Alfio e subito pensi al suo Castagno dei Cento Cavalli che maestoso si erge in contrada Carpineto. Le stime sulla sua età variano dai 2000 ai 4000 anni, ma in ogni caso si tratta dell'albero più antico e più grande d'Europa. Cantato e descritto anche dai tanti studiosi e viaggiatori che nei secoli XVII, XVIII e XIX approdavano in queste contrade nel corso del loro Grand Tour, è oggi meta di visitatori e botanici di tutto il mondo e deve il suo nome al fatto che, secondo la tradizione,  durante un improvviso e lungo temporale, sotto le sue imponenti fronde trovò sicuro e... decisamente appassionato riparo una misteriosa regina (chi dice Isabella d'Inghilterra, terza moglie dell'imperatore Federico II, chi dice invece Giovanna d'Aragona, chi dice Giovanna I d'Angiò!) con il suo seguito di cento cavalieri. Risale addirittura al 21 agosto 1745 l'emanazione del primo atto istituzionale di tutela di questo albero, da parte del Tribunale dell'Ordine del Real Patrimonio di Sicilia. Con lo stesso atto, la medesima tutela venne assicurata anche al Castagno Nave, conosciuto anche come Castagno Sant'Agata o Arrusbìgghiasonnu, "risveglia sonno" forse per il cinguettio degli uccelli o forse per le sue basse fronde che destavano improvvisamente dal sonno i carrettieri di passaggio: si trova in contrada Taverna di Mascali, ad appena 300 metri dal più famoso Castagno dei Cento Cavalli, ed è oggi, coi suoi oltre mille anni di vita, il secondo albero d'Italia, per antichità e grandezza. E' interessante ricordare che, per secoli, si è dibattuto sulla effettiva unicità della pianta del Castagno dei Cento Cavalli, anche perché il modo in cui l'albero si mostra a chi lo ammira trae facilmente in inganno: infatti, ciò che appare è un insieme di tre distinti fusti tra loro ravvicinati e in realtà tutti frutto di ramificazione del fusto principale che, essendo oggi interrato al di sotto di essi, non è visibile. Parlando di Sant'Alfio, merita una citazione la festa patronale. Capitando da queste parti tra aprile e maggio, infatti, se ne può anche approfittare per assistere alla festa dei tre fratelli e santi patroni Alfio, Filadelfo e Cirino, vissuti nel III secolo d.C. La festa ricorre ogni prima domenica di maggio, ma l'atmosfera inizia a pulsare nel paese già nei due giovedi e nei due venerdi precedenti, quando d'avanti ad ogni casa viene acceso un piccolo falò (la dera, dal nome della legna resinosa usata per accendere il fuoco stesso). Questi fuochi che si accendono nella notte della dera ricordano la notte in cui i tre fratelli attraversarono il paese per recarsi a Lentìni, dove avrebbero poi subìto la tortura. Il giorno prima della domenica di festa, si ha invece la sbarràta, con l'esposizione sull'altare della Chiesa Madre della statua dei tre santi, mentre è proprio la domenica che le reliquie compiono in processione il giro del paese, in un tripudio di campane e fuochi d'artificio, con anche 'a cantata dell'inno dei tre patroni.

 

Usciamo adesso da Sant'Alfio, percorrendo in senso inverso (cioè in direzione Milo e Zafferana Etnea) la strada di prima. Dopo pochi chilometri di salita, si ritornerà nuovamente sulla Strada Provinciale 59: a questo punto, scendere in direzione Milo e Zafferana Etnea e, dopo poche centinaia di metri, imboccare la strada Mareneve (scendendo verso Milo, la si incontra sulla propria destra). Questa è la strada che, più di altre, incarna l'anima di questa porzione della Sicilia. Correndo lungo tutto il fianco nord-est del vulcano più grande e più alto d'Europa, nonché sicuramente uno tra i più belli del pianeta, essa regala paesaggi assolutamente unici, diversi a seconda della stagione. Pur superando in alcuni tratti i 1500 metri di altitudine, la Mareneve si snoda in modo tutto sommato regolare, senza eccessivi dislivelli e con un susseguirsi dolce di curve e rettilinei, collegando la località di Fornazzo con il comune di Linguaglossa. Iniziate a percorrerla senza fretta, godendovi i paesaggi lavici e i fitti boschi che si alterneranno continuamente dinanzi ai vostri occhi. Salendo, dopo qualche curva, incontrerete sulla destra una minuscola cappella votiva, eretta nel 1976 dalla gente di Fornazzo, a ringraziamento di quanto avvenuto durante l'eruzione del novembre 1950. Ma appena tre anni dopo, il 3 agosto 1979, un'altra colata lavica raggiungeva il luogo in cui la cappella era stata eretta, fermandosi però proprio a ridosso di una sua parete. Attraverso il vetro della porta d'ingresso, potrete anche vedere la parete colpita dalla lava, lì arrestatasi. Tutto questo è ricordato da una iscrizione incisa su un masso lavico sistemato a pochi metri dalla cappella. La salita prosegue. La sommità del percorso coincide con la diramazione che, ad una distanza di poco più di 14 chilometri da Fornazzo, conduce al Rifugio Citelli (www.rifugiocitelli.com). Dopo soli 3 chilometri dal punto in cui si lascia la Mareneve, si arriva così al piazzale di quello che è uno dei rifugi storici dell'Etna, importante punto di riferimento per tutti gli amanti del vulcano. Situato ad un'altitudine di 1741 metri s.l.m., il Citelli (coordinate GPS 37°45'55''N - 15°03'35''E) ricade nel territorio del comune di Sant'Alfio e offre agli sguardi un panorama su tutta la valle dell'Alcàntara, fino a Taormina. Da qui, nelle giornate più terse, scorgerete anche il profilo della costa ionica della Calabria. Il rifugio, che sorge all'interno della caldera di un antico cratere avventizio (il monte Concazze), è stato inaugurato il 6 ottobre 1935, ma è stato completamente ristrutturato nel 2011 grazie all'intervento del Parco dell'Etna (www.siciliaparchi.com), di cui costituisce il Punto Base n. 15 dal 1987. Rimettiamoci in cammino, ridiscendendo verso la strada Mareneve. All'incrocio con essa, svoltate a sinistra e proseguite la marcia. Dopo qualche chilometro, prendete la diramazione a sinistra che conduce a Piano Provenzana (1810 metri s.l.m.) e iniziate a salire: dopo pochi chilometri, vi troverete in uno dei luoghi che per tantissime generazioni di catanesi e di siciliani ha rappresentato una delle due grandi porte della neve sull'Etna (www.scuolaitalianascietna.it); l'altra è il piazzale del Rifugio Sapienza, sul versante Sud del vulcano. Ma qui non siamo su una montagna qualunque, qui siamo sull'Etna, una montagna viva e pulsante, in cui nulla resta sempre uguale. Una montagna unica e inimitabile proprio per questo. E così è accaduto che tutta la zona del vecchio piazzale di Piano Provenzana, non investita dalle eruzioni per più di 500 anni, con i suoi chalet, le sue strutture (tra cui il piccolo albergo Le Betulle) e i suoi impianti di risalita è stata sepolta dalla colata lavica dell'eruzione del 2002: venticinque bocche eruttive (la cosiddetta Bottoniera) apertesi tra i 2100 e i 2450 metri s.l.m., con la lava che fuoriusciva a fiotti. Nessuna tragedia, però: semplicemente quella normale convivenza che da millenni unisce i siciliani al loro vulcano. E, del resto, l'Etna non è certo un vulcano di tipo esplosivo: spesso borbotta e reclama giustamente i suoi spazi, ma non fa mai veramente del male ad alcuno e oggi, nel nuovo piazzale, si lavora per ricostruire nuove e moderne strutture turistiche al posto di quelle spazzate via nel 2002. Lasciamo Piano Provenzana e torniamo di nuovo sulla Mareneve, iniziando a scendere in direzione Linguaglossa. Pochi chilometri ed ecco che si arriva a due rifugi tra loro vicinissimi: il Brunek (www.rifugio-brunek.135.it) e il Ragabo (www.ragabo.it), due tradizionali piccoli punti di sosta per chi decide di conoscere questo angolo dell'Etna. Proprio il Ragabo offre la possibilità di assaporare la cucina rustica di montagna, completamente immersi nel verde delle pinete che lo circondano. 

 

Lasciàti alle proprie spalle i due rifugi, si continua a scendere in direzione Linguaglossa. Pochi chilometri e si costeggerà la pineta Ragabo: 1200 ettari di pino laricio, che costituiscono il più grosso relitto forestale della Sicilia. Perfino gli arabi si rifornivano qui per il legno delle loro navi. Gli alberi svettano dritti per 30 metri, come 'u Zappinazzu, il più alto pino dell'Etna: trecento anni e oltre cinque metri di circonferenza. La strada si fa adesso un po' più tormentata, con curve più strette e qualche tornante, rimanendo comunque sempre piacevole e godibile. Dopo una decina di chilometri, si entra nell'abitato del comune di Linguaglossa (www.prolocolinguaglossa.it). Ancora una volta è la pietra lavica a dipingere ambienti e colori. Strade in basolato lavico, edifici, chiese (come la bella chiesa madre del 1613), piazze: tutto, ma proprio tutto, vive all'ombra del vulcano.

 

Siamo così giunti alla fine dell'itinerario: l'autostrada A18 Messina-Catania dista pochi chilometri da Linguaglossa. Non resta che seguire le indicazioni stradali che, anche attraverso l'abitato di Piedimonte Etneo, vi condurranno all'arteria di grande comunicazione che facilmente vi consentirà di ritornare al luogo della vostra dimora.