01.   IL SENSO DI UNA STORIA   |  L I N K  |

02.  UN'AVVENTURA ANTICA E COMPLESSA   |  L I N K  |

03.  LA SICILIA DEL XXI SECOLO   |  L I N K  |

04.  LA BANDIERA SICILIANA   |  L I N K  |

 

 

 

IL SENSO DI UNA STORIA. L'Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell'anima: qui è la chiave di tutto. Così scrisse, da Palermo, Goethe il 13 aprile 1787. Aveva ragione: questa terra è molto più di un'isola ed è molto più anche di una semplice regione italiana, è una terra che nel lento snocciolarsi dei secoli ha visto passare sul proprio suolo praticamente tutti, perché tutti hanno sempre ambìto a far propria un'isola che stava al centro del Mediterraneo quando il Mediterraneo era il centro del mondo. Ausoni, Fenici, Ioni, Dori, Cartaginesi, Romani, Vandali, Goti, Ostrogoti, Bizantini, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Sabaudi, Austriaci, Borbonici, fin poi all'unificazione italiana, i Siciliani hanno visto passare veramente di tutto, hanno visto davvero scorrere tutta la storia d'avanti ai loro occhi lucidi. E proprio questa Storia con la esse maiuscola, così articolata e così complessa, fatta di mille bandiere e di mille lingue, fatta di momenti di straordinario splendore ma anche di momenti drammaticamente difficili, proprio questa storia ha paradossalmente donato alla Sicilia quelle esperienze e quella profonda cultura di popolo che alla fine la hanno resa cosciente di essere una e di appartenere solo a sé stessa. Pochi forse ci fanno caso, ma la lingua siciliana non contempla il tempo futuro: per esempio, io partirò viene reso in siciliano con iù àia pàttiri, io devo partire. La loro storia e le mille dominazioni che hanno segnato la loro terra hanno infuso nei Siciliani la profonda coscienza della estrema caducità e della estrema temporaneità delle cose umane. C'è una bellissima opera del siciliano Nino Martoglio che rende bene l'idea: 'A notti non fa friddu, la notte non fa freddo. Lo hanno imparato i Siciliani dalla loro storia, che la notte non fa mai freddo, anche quando il freddo c'è ed è pure tanto: i Cartaginesi come i Romani, i Bizantini come gli Arabi, i Normanni come gli Spagnoli, i Francesi come i Sabaudi e gli Austriaci, tutti, proprio tutti, sono arrivati in Sicilia da padroni, ma alla fine tutti, presto o tardi, si nnì eru vastuniàti, se ne sono andati bastonati, come recitano - appunto - i canti dell'opera di Martoglio. Forse, allora, l'essenza ultima di questa terra quasi impossibile da capire per chi siciliano non è, sta tutta in quel principio che proprio un suo figlio illustre, Archimede di Siracusa, teorizzò poco più di 2200 anni fa. E' lo stesso principio che permette di galleggiare anche alle navi più grandi e pesanti. Ed è una lezione che la Sicilia e i Siciliani hanno imparato dalla loro stessa storia, sulla loro stessa pelle, fino a farla diventare parte di loro stessi. E' appunto il principio di Archimede: immersi nell'immenso mare della storia, trasformare sempre in spinta verso l'alto il peso che li schiaccia.

 

 

UN'AVVENTURA ANTICA E COMPLESSA. Per chi la storia la ama e per chi sa comprenderne i veri significati e la vera importanza, scorrere la storia della Sicilia vuol dire entrare nel cammino affascinante di un'isola che non solo ha respirato nei millenni il soffio delle più diverse culture, ma soprattutto ha saputo poi armonizzarle in una sintesi perfetta e senza eguali. La storia di questa isola, cuore del Mediterraneo nell'epoca in cui il Mediterraneo era il mondo, ha inspirato anche nella letteratura opere e racconti epici, storie di re e di principi, di paladini e di cavalieri, di regni e di gesta eroiche: tutto questo sta alla base di tradizioni e sentimenti popolari ben radicati, tradizioni e sentimenti antichi di secoli e che ancora oggi continuano a costituire l'anima più profonda e vera di questa terra.

 

Già 10.000 anni prima di Cristo, qualcuno incise sulle pareti della grotta di cala dei Genovesi a Lèvanzo (isole Egadi) immagini tratte dalla propria quotidianità di cacciatore: cavalli, cervi, animali in generale. Ben organizzate comunità del Paleolitico inferiore ci hanno poi lasciato tracce consistenti della loro presenza sull'isola attraverso numerosi graffiti rinvenuti nella grotta dell'Addaura, sul versante nord-orientale del monte Pellegrino, presso Palermo: 16 figure umane, incise in stile naturalistico, impegnate a celebrare un rituale. Le ceramiche protogeometriche trovate nelle isole Eolie e risalenti ad un periodo compreso tra il XVI e il XIV secolo a.C. sono poi testimonianza di antichissimi contatti intrattenuti tra le popolazioni locali e il mondo egeo-miceneo; alla stessa età del Bronzo risale la civiltà autoctona di Thapsos, che ci ha lasciato anche una vasta produzione di coppe in terracotta a piede tubolare. Quella che forse rappresenta la prima di una lunga serie di invasioni che hanno costellato la storia siciliana risale all'età del Ferro, periodo in cui sembra potersi datare l'arrivo di un popolo peninsulare, gli Ausoni. Passando ad epoche più recenti, alla vigilia dell'arrivo dei primi colonizzatori greci, erano in pratica quattro i gruppi etnici stabilmente stanziati in Sicilia: gli autoctoni Sicani e Siculi (questi ultimi fondatori dell'attuale Messina, all'epoca chiamata Zancle, cioè "falce"), gli Elimi a Segesta ed Erice, i Punici di Cartagine (eredi dei Fenici) a Mozia, Panormo (l'odierna Palermo) e Solunto.

 

Le prime popolazioni greche arrivarono intorno all'VIII secolo a.C. e iniziarono da subito a fondare importanti centri: gli Ioni provenienti dalla Calcide fondarono Naxos (nel 735 a.C.), Leontinoi (l'attuale Lentini), Katana (oggi Catania) intorno al 729 a.C, Himera; opera dei Dori fu invece la costruzione di Siracusa nel 733 a.C., Akrai, Casmene, Camarina, Megara Hyblaea, Selinunte nel 627 a.C., Gela, Agrigento nel 580 a.C.. In quasi tutti i casi si trattava di colonie con governi oligarchici e con economie principalmente agricole, colonie che però ben presto divennero anche importanti centri di scambio di porpora fenicia, di bronzi etruschi e di ceramiche greche e che iniziarono anche a coniare moneta. Un personaggio di questa epoca che senza dubbio merita di essere ricordato è il legislatore catanese Caronda, creatore del primo codice di leggi scritte: le sue leggi costituirono un'importante barriera agli abusi delle classi nobiliari, anche se le paure e gli scontenti popolari favorirono comunque la graduale ascesa al potere da parte di demagoghi assettati di potere assoluto.

 

Nel 608 a.C., con un colpo di stato a Leontinoi, si aprì la cosiddetta epoca dei tiranni: Panaetios di Leontinoi è il primo tiranno siciliano. I vari tiranni che fecero la storia dell'Isola in questa fase storica, se è vero che in alcuni casi si macchiarono di grandi crudeltà, è pure vero che in altri seppero anche essere governanti illuminati, capaci di assicurare splendore e benessere alle città siciliane da loro governate. E così, per esempio, ricordiamo Falaride che nel 570 compie un massacro di cittadini nel tempio di Zeus e diviene tiranno di Agrigento, ma ricordiamo anche Gelone di Gela che provò ad unificare tutta la Sicilia greca conquistando anche Siracusa nell'anno 485 e trasferendovi quasi tutta la popolazione di Gela, Camarina e Megara. Tipici di tutta questa fase storica dell'Isola sono comunque i continui scontri tra Siculi (che, guidati da Ducezio, vennero sconfitti nel 440 subendo anche la distruzione della capitale Palike) e popolazioni greche e gli altrettanto continui scontri tra Greci e Cartaginesi. Questi, alleati di Selinunte, vennero dapprima sconfitti nella battaglia navale di Himera del 480 dai tiranni Terone e Gelone, ma riuscirono poi a rifarsi nel 406 con una serie di azioni militari che li portarono a estendere la propria influenza su gran parte dell'isola, con la sola importante eccezione di Siracusa. Siracusa, una colonia greca che ad un certo punto gli stessi Greci (in particolare Atene) iniziarono a vedere con preoccupazione a causa del suo splendore sempre crescente. Fu durante la guerra del Peloponneso che gli Ateniesi appoggiarono gli Elimi contro Siracusa, andando tuttavia incontro ad una cocente sconfitta navale nel 415: i Siracusani sbaragliarono la flotta ateniese e alla fine si contarono 12.000 caduti siracusani a fronte dei 50.000 caduti ateniesi. Quando si parla di Siracusa non si può non citare tiranni come Dionisio I (che tra 406 e il 367 dotò Siracusa di una possente cinta muraria lunga 22 chilometri, ma che è ricordato anche per la sua avidità che lo spinse addirittura a sottrarre il mantello d'oro alla statua di Zeus), Dionisio II (che, regnando dal 367 al 354, richiamò a corte il filosofo Platone, venduto come schiavo dal suo predecessore Dioniso I), Agatocle (che tentò invano la conquista di Cartagine), Ierone. Questa fu comunque anche un'epoca di grande fermento culturale, in cui operarono personaggi come il tragediografo Eschilo, che nel 472 fece rappresentare a Siracusa la sua tragedia I Persiani. Sempre nel V secolo a.C. venne edificato il maestoso tempio dorico di Segesta, rimasto pressoché intatto sino ai giorni nostri, mentre al III secolo a.C. risale la costruzione di quel capolavoro dell'architettura teatrale che è il teatro greco di Taormina.

 

La strategica centralità della Sicilia nel Mediterraneo fece presto diventare l'Isola anche terreno di scontro tra Roma e Cartagine. La prima guerra punica (264-241 a.C.), iniziata con l'intervento di Roma a sostegno delle ragioni dei Mamertini di Messina contro Cartagine e Siracusa, si chiuse con le pesanti vittorie romane di Milazzo, Palermo e Trapani. Fu nel corso della seconda guerra punica (218-201 a.C.) che anche Siracusa venne presa dal console Marcello nonostante la strenua difesa opposta dai Siracusani dotati delle ingegnose macchine da guerra ideate da Archimede: lo stesso Marcello, durante il saccheggio compiuto dai suoi soldati ai danni della città siciliana ne pianse la triste sorte. E una sorte altrettanto triste toccò allo stesso Archimede: lo scienziato siracusano, mentre era intento nei suoi calcoli, venne infatti ucciso per errore dai soldati romani cui era stato ordinato di risparmiarlo. Iniziò così il tempo in cui la Sicilia, divenuta la prima provincia romana già alla fine della prima guerra punica e governata poi da un propretore residente a Siracusa, venne considerata e gestita come il granaio di Roma, un granaio capace di produrre ben 5 milioni di ettolitri annui di cereali. Certamente non si trattò di un periodo molto felice, al punto che le imposte intollerabili e la continua razzia di opere d'arte perpetrata dai Romani spinsero i Siracusani nel 70 a.C. a chiedere a Cicerone di intentare causa al corrotto governatore Verre. In età augustea, nel 29 a.C., l'Isola divenne provincia senatoriale, ma soltanto duecento anni dopo (nel 212 d.C.) i Siciliani riuscirono ad ottenere dall'imperatore Caracalla il diritto di cittadinanza. In età imperiale la Sicilia fu testimone pure delle spietate persecuzioni attuate ai danni dei cristiani (il cristianesimo si diffuse nell'isola a partire dal II secolo d.C.), come dimostrano anche le grandi strutture catacombali di Siracusa; quando poi Costantino concesse nel 313 libertà di culto ai cristiani, Siracusa divenne sede vescovile.

 

Una volta entrato in crisi l'impero romano, anche la Sicilia fu oggetto di invasioni da parte di popolazioni barbariche: nel 468 arrivarono i Vandali di Genserico (che introdussero nell'Isola l'eresia ariana), seguiti nel 486 dai Goti di Odoacre, a loro volta cacciati dagli Ostrogoti di Teodorico, divenuto re di Sicilia nel 491 e capace di garantire fino al 526 la pacifica convivenza di cristiani e ariani e di conservare l'assetto burocratico romano.

 

L'anno 535 segna poi l'inizio del dominio bizantino: fu proprio in quell'anno, infatti, che il generale Belisario venne inviato nell'Isola da Giustiniano, conquistandola con una campagna di breve durata. I Bizantini hanno dominato la scena in Sicilia per quasi trecento anni, dal 535 all'827, un periodo caratterizzato sia (e ancora una volta!) da forti vessazioni fiscali causate dalla necessità di far fronte agli ingenti costi di un sistema burocratico a dir poco elefantiaco, sia da una permanente e sempre maggiore pressione da parte delle popolazioni arabe. Il tutto inquadrato in un periodo complessivamente parecchio difficile: le città si spopolavano, la moneta perdeva valore, la Chiesa acquisiva sempre maggiore potere grazie all'acquisizione di enormi feudi. Addirittura, nel 663, l'imperatore Costante II - appena trasferitosi a Siracusa e fortemente malvisto per le sue tendenze eretiche - venne assassinato.

 

Ma, come spesso accade, i periodi di crisi possono preparare anche periodi di grande splendore. Nell'827 gli Arabi, già protagonisti di innumerevoli incursioni, posero definitivamente fine al dominio bizantino in Sicilia, iniziando da Mazara del Vallo (precisamente da località denominata "Quarara") la loro conquista dell'Isola: Palermo verrà presa nell'831, Siracusa quasi mezzo secolo dopo. E' proprio a questa epoca che risale la storica suddivisione della Sicilia in tre zone: la Val Demone, la Val di Mazara, la Val di Noto; come capitale venne scelta Palermo. Quasi a voler suggellare l'inizio di questa nuova era venne poi riconosciuta la massima libertà di culto. Come già accennato, iniziò nell'827 un importante periodo di splendore: i latifondi abbandonati dai Bizantini furono suddivisi in piccole proprietà e vennero introdotte tecniche di coltivazione e irrigazione assolutamente innovative che permisero la pratica di nuove colture come quella delle arance e dei datteri. Ma, quasi per un gioco di corsi e ricorsi storici, proprio da tanta ricchezza e prosperità derivarono ad un certo punto rivalità interne e guerre civili, aspre fino al punto da condurre (a metà del XI secolo) ad un passo dalla riconquista dell'Isola da parte dei Bizantini: fu il bizantino Giorgio Maniace a tentare di strappare l'isola agli Arabi nell'anno 1040. Ciò non accadde sol perché vi era anche qualcun'altro ad avere forte interesse ad acquisire una posizione strategica nel Mediterraneo attraverso il proprio insediamento in Sicilia: i Normanni. 

 

Guidati da Ruggero I (fratello di Roberto il Guiscardo), i Normanni strapparono la Sicilia agli Arabi nella seconda metà dell'XI secolo (tra il 1061 e il 1091) e iniziarono sin da subito a costruire un forte stato centralizzato: invertirono così completamente la rotta rispetto al precedente periodo, caratterizzato da una maggiore autonomia dei grandi feudatari. La tendenza fu anche quella di limitare il più possibile il peso della Chiesa, con la pretesa di eleggere i vescovi siciliani, di favorire l'avvicinamento fra la cultura cristiana e quella islamica, di garantire e tutelare massimamente la libertà di culto. A Ruggero II (1105-1154) si deve poi l'unificazione dei possedimenti normanni dell'Italia meridionale e, soprattutto, l'istituzione del parlamento siciliano. Riunitosi per la prima volta a Mazara del Vallo, dal 1130 l'Assemblea si riunisce a Palermo, all'interno della Sala d'Ercole del Palazzo dei Normanni; il Parlamento siciliano è considerato tra i più antichi del mondo, secondo solo a quello islandese. Ruggero II consentì anche che latini, greci, ebrei e arabi venissero giudicati ciascuno secondo la propria legge. Seguono i regni di Guglielmo I (1154-1166) e di Guglielmo II (1166-1189): quest'ultimo fece edificare il Duomo di Monreale arricchendolo di splendidi mosaici a fondo d'oro e fu anche artefice della importante unificazione della stirpe normanna con quella sveva: fu nel 1186, infatti, che Costanza d'Altavilla (zia di Guglielmo II) venne data in sposa al tedesco Enrico VI di Svevia (figlio di Federico Barbarossa).

 

Ma una volta morto Guglielmo II il precario equilibrio da lui creato venne meno e la potente casta dei cortigiani rifiutò Enrico VI come successore al trono, eleggendo il normanno Tancredi, il cui regno durò però pochissimi anni: già nel 1194, infatti, lo svevo Enrico VI riprese con la forza la corona. Un uomo fondamentale nella storia siciliana può essere certamente considerato Federico II, figlio di Enrico VI, nato nel 1194 e asceso giovanissimo al trono nell'anno 1208.

 

FEDERICO II (1194-1250)

 

Passato alla storia col soprannome stupor mundi, Federico II, governante illuminato e di pensiero estremamente raffinato, fu uomo amante degli studi, fondatore dell'Università di Napoli e della scuola poetica siciliana. Esponente di spicco di questa scuola fu Giacomo da Lentini, che iniziò a comporre nel 1233 e inventò il sonetto, ma più in generale alla corte del Palazzo Reale di Palermo nacquero i primi testi del volgare italiano: Ciullo d'Alcamo, Jacopo da Lentini, Guido delle Colonne, Stefano Protonotaro elaborarono una raffinata e sensuale poesia nel solco della tradizione provenzale rivisitata però in chiave morale e filosofica. Il lungo periodo di regno di Federico II fu caratterizzato anche dalla presenza di una efficientissima burocrazia e dalla ferma volontà di non scendere mai a patti con la Chiesa: ciò lo portò, tra l'altro, ad entrare in acceso contrasto con papa Gregorio IX, che finì per scomunicarlo nel 1227. Ma Federico fu anche uno dei protagonisti della VI crociata: dopo aver ottenuto con diplomazia la resa di Gerusalemme, vi instaurò la libertà di culto. Alla morte di Federico II (che fu sepolto nella Cattedrale di Palermo), nel 1250 gli succedette il figlio naturale Manfredi, sin da subito continuatore della politica paterna. Fattosi incoronare a Palermo nel 1258 e data in sposa nello stesso anno la propria figlia Costanza a re Pietro d'Aragona, Manfredi dovette però gestire le sempre crescenti tensioni tra il regno della dinastia sveva e la Chiesa: contro di lui, papa Urbano IV chiese il sostegno dei principi cristiani e così Manfredi si trovò ben presto a dover fronteggiare il guelfo Carlo d'Angiò (inviato in Italia dalla Francia fedele alla Chiesa), il quale sconfisse Manfredi a Benevento e fu incoronato re di Sicilia nel 1266.

 

Dopo la felice stagione greca, anche i tempi degli Arabi, dei Normanni e degli Svevi sono registrati dalla storia come momenti altrettanto felici per la Sicilia, avendola gli Arabi inserita nel progredito contesto del Mediterraneo islamico e avendo Normanni e Svevi lasciato il ricordo degli splendori di una Palermo capitale del regno meridionale e di una splendida stagione di cultura e arte.

 

Con l'incoronazione di Carlo d'Angiò nel 1266, si concluse la felicissima epoca sveva in Sicilia e iniziò uno dei periodi più tristi della storia dell'Isola. Il governo angioino fu infatti artefice di una rapidissima involuzione, con una crisi economica senza precedenti e una Sicilia oppressa da una tassazione esorbitante e da un consistente deprezzamento della moneta. Il culmine della crisi si raggiunse nel 1268, anno in cui la corte venne per la prima volta trasferita a Napoli. Si diede così inizio ad un periodo di intensa insofferenza che non fece che peggiorare le già precarie condizioni della forzata convivenza tra siciliani e soldati francesi, finché il 30 marzo 1282 scoppiò a Palermo una violentissima insurrezione, cominciata come reazione alle molestie di un soldato francese a una donna siciliana e proseguita come più generale rivolta contro gli Angiò: è quella che è passata alla storia come Rivolta dei Vespri Siciliani, nata dal patto (solennemente siglato il 3 aprile 1282, pochissimi giorni dopo l'insurrezione palermitana del 30 marzo) con cui nacque la Confederazione delle Città della Sicilia e che alla fine portò alla cacciata degli Angioini. Fu durante la Rivolta dei Vespri Siciliani che accadde anche che tutte le città della Confederazione siciliana inviarono i propri uomini a Messina per difendere la "porta della Sicilia" dall'esercito Angioino che, insieme a tutte le città Guelfe d'Italia, voleva vendicarsi sterminando coloro che avevano osato fare una rivoluzione contro un re incoronato dal papa. Cinque mesi di assedio alla città di Messina non bastarono per piegare i Siciliani chiusi dentro le poderose e insuperate mura: 60.000 armati, 200 navi da guerra, 15.000 cavalieri non bastarono a rimuovere la nuova bandiera siciliana dalle antiche mura della libera repubblica di Messina e durante la precipitosa fuga, nel settembre del 1282, restò sul campo lo stendardo della città di Firenze (guelfa), ancora oggi conservato nel Duomo di Messina a ricordo di quelle eroiche giornate. Il popolo siciliano era desideroso di acclamare come proprio re Pietro d'Aragona (genero dello svevo Manfredi), intervenuto tempestivamente a sostegno della Rivolta dei Vespri, ma con la pace di Caltabellotta del 1302 il trono passò a Federico II d'Aragona, figlio di Pietro e Costanza. La Sicilia iniziò così ad entrare nell'orbita iberica, unita come fu dapprima al regno aragonese e successivamente entrata a far parte dei domini spagnoli in Italia.

 

Con l'arrivo al potere degli Aragonesi il moderno sistema di governo che era stato inaugurato dai Normanni lasciò purtroppo il posto ad un ordinamento estremamente statico e dalla forte impronta feudale. Addirittura, dopo il periodo del cosiddetto Regno dei Quattro Vicari (famiglie nobili dotate di poteri di governo), Ferdinando di Castiglia privò la Sicilia di ogni forma di autonomia e l'Isola divenne una pura e semplice provincia della Spagna, governata da viceré: era il 1415 quando Ferdinando nominò il primo viceré, Juan de Peñafiel. Qualche anno più tardi Alfonso il Magnanimo utilizzò l'isola come base militare nella conquista del regno di Napoli, ma seppe essere anche uomo di cultura: proprio a lui, tra l'altro, si deve la fondazione dell'Università di Catania nell'anno 1434. Sul finire del XV secolo, più precisamente nel 1488, regnante Giovanni II d'Aragona, la Sicilia accolse gruppi di profughi albanesi che - fuggiti dalla propria terra in seguito all'invasione turca - avevano ottenuto dagli spagnoli il permesso di insediarsi in zone pressoché disabitate della Sicilia occidentale: fondarono quattro colonie, di cui ancora oggi resta soprattutto una città di 6.000 abitanti circa (Piana degli Albanesi), situata nell'entroterra di Palermo, in cui si parla un dialetto albanese e nelle cui chiese si segue il rito greco-cattolico. Dopo il regno di Ferdinando il Cattolico, che nel 1492 ordinò l'espulsione degli Ebrei dalla Sicilia, il trono passò a Carlo V (1516-1554), re di Spagna e imperatore, che visitò l'Isola nel 1535: a lui si deve anche la cacciata del corrotto viceré Moncada. Nel XVII secolo, al malgoverno si aggiunse il Tribunale dell'Inquisizione. Per di più, da quando nel XVI secolo il centro dei traffici commerciali aveva iniziato a spostarsi dal Mediterraneo all'Atlantico, la Sicilia aveva iniziato a soffrire di una sempre più accentuata marginalizzazione geografica. E, come se non bastasse, il XVII secolo fu teatro anche di vaste epidemie (si ricordi l'epidemia di peste che colpì Palermo nel 1624 causando qualcosa come 100 morti al giorno: la fine della pestilenza coincise con il ritrovamento in una grotta delle ossa della patrona S. Rosalia) e di gravi calamità naturali (come la grande eruzione dell'Etna che nel 1669 ingoiò con la sua lava 13 paesi e investì anche una parte di Catania e come, soprattutto, il terribile terremoto che nel 1693 colpì la Sicilia orientale causando 60.000 morti). Per di più, proporzioni sempre maggiori assunse lo storico problema del latifondo, con i contadini succubi dei baroni all'interno dei loro feudi sempre più somiglianti a piccoli stati. Questo fu anche il periodo in cui il popolo iniziò a cercare di tutelarsi dalle angherie e dai soprusi dei governanti chiedendo protezione a cosche clandestine (tra queste si ricordino soprattutto i Beati Paoli) che, attraverso minacce, violenze e attentati costringevano i nobili a usare blanda giustizia. Chiudevano il grigio panorama del tempo le frequenti rivolte di popolo causate dalle altrettanto frequenti carestie: per esempio, è del 1647 la violenta rivolta antinobiliare (poi sedata nel sangue) capeggiata dal palermitano Giuseppe D'Alessi.

 

Dopo la guerra di successione spagnola, nel 1713 la Sicilia venne ceduta dalla Spagna a Vittorio Amedeo di Savoia: l'occupazione sabauda durò una manciata di anni (sino al 1720), giusto il tempo necessario di veder abbattere sull'Isola l'ennesima insopportabile vessazione fiscale.

 

Nel 1720, sconfitti ancora gli spagnoli dalla Quadruplice Alleanza, gli Asburgo d'Austria ricevettero la Sicilia dai Savoia in cambio della Sardegna. Ma anche questa dominazione austriaca, come già quella sabauda, durò poco.

 

Nel 1734, l'Austria, pesantemente sconfitta nella guerra di successione polacca, fu costretta ad abbandonare dapprima Napoli e poi - per intervento di Carlo di Borbone - la stessa Sicilia: iniziò così la lunga epoca dei Borboni, che governarono l'Italia meridionale da Napoli, salvo rifugiarsi a Palermo (protetti dalla flotta britannica) nel periodo rivoluzionario e napoleonico.

 

Carlo III di Borbone venne incoronato nel 1735: il suo fu un regno intriso di assolutismo illuminato e di lungimirante riformismo. Qualche anno più tardi, si assistette anche alla importante abolizione del Tribunale dell'Inquisizione, ad opera del re Ferdinando e del viceré Caracciolo. Ciò però non riuscì a cancellare quella infrangibile barriera che un vero e proprio sistema oligarchico oppose in quel periodo alla efficace applicazione delle nuove leggi contro la corruzione che pure furono varate. I borghesi compravano regolarmente i titoli nobiliari e i nobili, da parte loro, si trasferivano il più delle volte in città lasciando le campagne all'amministrazione dei gabellotti: questi non solo vessavano i contadini offrendo loro protezione contro fame e brigantaggio, ma molto spesso riuscivano anche ad acquisire vasti feudi in fallimento, arrivando così a costituire sempre più importanti centri di potere. Probabilmente, le radici profonde della mafia potrebbero essere rintracciate proprio in questo stato di cose, oltre che nel substrato culturale iniziatosi a formare già negli ultimi cento anni (XVII secolo) di opprimente e arretrata dominazione spagnola, poi seguita dalla altrettanto opprimente dominazione sabauda e austriaca.

 

Il periodo napoleonico vide lo spodestamento di re Ferdinando ad opera dello stesso Napoleone, ma fu cosa breve: grazie anche all'opera dell'ammiraglio Nelson, nel 1806 Ferdinando venne riabilitato. Nel frattempo, alcuni anni prima era nato a Catania (nel 1801) il grande musicista Vincenzo Bellini. Pochi anni più tardi (nel 1815), il congresso di Vienna - chiamato a definire il nuovo assetto dell'Europa dopo la sconfitta di Napoleone - portò a termine l'opera di restaurazione riconoscendo a Ferdinando I di Borbone il titolo di re delle Due Sicilie. Ciò però non impedì - pochi anni più tardi - che iniziasse a montare anche in Sicilia una profonda anima risorgimentale. Dopo l'insurrezione popolare che nel 1848, movendo dalla chiesa della Gancia a Palermo, costrinse le truppe borboniche ad abbandonare l'Isola, i patrioti esuli Crispi e La Farina iniziarono il lungo e lento lavoro che preparò il terreno all'impresa dei Mille. Nel 1857 il patriota siciliano La Farina fondò il movimento risorgimentale Società Italiana e nell'aprile del 1860 Palermo insorse aprendo la strada allo sbarco di Garibaldi e dei suoi uomini avvenuto il successivo 11 maggio a Marsala. Impossibile non ricordare le importanti vittorie riportate sui Borboni a Salemi, a Calatafimi, a Palermo e a Milazzo: Garibaldi e i suoi cacciarono definitivamente le truppe borboniche dall'Isola in dieci settimane. Ma anche l'arrivo dei Mille non fu indolore per la Sicilia: impossibile dimenticare le atrocità perpetrate dalle truppe guidate da Nino Bixio, inviato a Bronte (una cittadina poco distante da Catania) da Garibaldi per reprimere nel sangue una rivolta contadina dai forti contenuti sociali; questi fatti sarebbero poi stati efficacemente raccontati in una grande novella dello scrittore verista catanese Giovanni Verga (l'autore de I Malavoglia, pubblicato nel 1881). Da parte sua, la nobiltà abbandonò il convinto sostegno all'ideale autonomistico per schierarsi in favore dell'annessione al regno dei Savoia: questa venne alla fine approvata con il plebiscito siciliano del 21 ottobre 1860 (432.053 sì contro 667 no).

 

Qui verrebbe da ricordare il famoso pensiero espresso da Tancredi ne Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa: è necessario che tutto cambi affinché tutto resti com'è. E in effetti l'unità d'Italia certamente non migliorò la situazione in Sicilia; al contrario, l'ottusa incapacità sabauda di percepire le esigenze e i problemi dell'Isola e di comprendere le stesse peculiarità della sua condizione, finì quasi per trasformare l'unità nazionale in una nuova dominazione straniera nata dall'ennesima guerra di potere consumata sulla pelle dei Siciliani. Così il popolo finì per percepire il neonato stato unitario: non come il frutto di una vera unificazione di cui sentirsi co-protagonisti, ma come il triste risultato di una ben più banale annessione di cui sentirsi vittime. Una volta venduti i latifondi e le terre delle congregazioni religiose soppresse, venne a ricostituirsi un ceto di ricchi possidenti e le speranze e le illusioni coltivate all'indomani dell'unità vennero ferite a morte dalla solita opprimente e soffocante pioggia di nuove tasse e balzelli, per di più accompagnata questa volta dalla novità assoluta della leva obbligatoria. Del resto, l'avventura risorgimentale che la Sicilia visse in questi anni dovrebbe portare a rileggere in chiave spesso critica una storia che - come sempre - anche in questo caso è stata alla fine scritta dai vincitori. E' la storia di un re, Vittorio Emanuele II, che era appunto "secondo" solo per il Piemonte e che avrebbe quindi dovuto adottare la numerazione di "primo" per il neonato regno d'Italia, cosa che invece decise deliberatamente di non fare: non stava nascendo uno stato nuovo, ma stava più semplicemente continuando ad esistere uno stato vecchio ingranditosi con l'annessione di nuovi territori. E, a ben guardare, questa era anche la generale percezione che avevano le genti che in questi territori vivevano: la storiografia ufficiale, scritta appunto dai vincitori, vuole che il Sud fu liberato dal governo oppressivo borbonico da un Garibaldi liberatore e accolto a braccia aperte dalla popolazione; e proprio sulla base di questa accoglienza si è sempre trovata una risposta alla storica domanda: come è stato possibile che i Mille siano riusciti a sopraffare le forze di un esercito ben armato e ben organizzato come quello borbonico? In realtà, le cose non andarono esattamente così: il più grande e antico regno italico, che discendeva da quello di Federico II, non mancava di mostrare - a tratti - anche elementi di estrema modernità, sia da un punto di vista del progresso scientifico e tecnologico che da quello di politica economica, con un bilancio statale in attivo, caso unico nell'Italia preunitaria. E del resto fu lo stesso Garibaldi ad ammettere che le popolazioni meridionali avevano subìto in quell'occasione veri e propri "oltraggi" e massacri (come, per esempio, nel caso di Bronte). La mancata resistenza che incontrarono i Mille da parte delle popolazioni locali ha delle precise motivazioni storiche. Lo storico Francesco Guidetti, esperto del rapporto tra questione meridionale e garibaldini, basandosi su importanti documenti rinvenuti nell'Archivio di Stato di Trapani, ha affermato che la classe dirigente isolana, vale a dire il ceto militare siciliano e l'aristocrazia locale vennero fatti oggetto di una sistematica e scientifica opera di corruzione. L'ammiraglio Persano, infatti, assicura a Cavour che quasi tutti gli ufficiali dell'esercito delle due Sicilie sono stati corrotti: "L'ufficialità l'abbiamo quasi tutta, noi continuiamo a sbarcare armi per la rivoluzione, con la massima segretezza, dietro le spalle delle truppe napoletane." Insomma, quasi tutta la classe dei militari (in massima parte costituita da aristocratici) e quasi tutta la nobiltà tradì dolosamente il proprio sovrano. Lo stesso Garibaldi, d'altra parte, ad un certo punto ammise: "Nonostante ho la coscienza di non aver fatto del male, oggi non rifarei la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi là causata solo miseria e suscitato solo odio."

E così, mentre il Nord progrediva attraverso il suo processo di industrializzazione, la Sicilia continuava ad essere dominata dal latifondismo e da gravissime carenze nelle vie di comunicazione: e questo nonostante il 28 aprile 1863 fosse stato comunque inaugurato il primo tratto ferroviario siciliano tra Palermo e Bagherìa di 13,337 km. Nel 1892 il malcontento condusse alla nascita dei Fasci dei Lavoratori, le cui manifestazioni furono violentemente represse da Crispi (divenuto nel frattempo capo del Governo). Intanto diveniva endemico il fenomeno del brigantaggio: leggi eccezionali e grettamente autoritarie e liberticide come la famosa legge Pica del 15 agosto 1863 poco o nulla riuscirono ad ottenere, visto che erano frutto esclusivamente della ottusa illusione di poter risolvere i problemi agendo solo sui sintomi e non sulle cause sociali ed economiche di cui quei sintomi erano semplicemente il risultato finale. In questa epoca così ricca di problemi non mancarono neanche le grandi tragedie causate dalla natura: una ferita atroce fu il grande terremoto di Messina, che nel 1908 causò 80.000 morti.

 

Neanche il fascismo seppe dare le giuste risposte al disagio siciliano: furono sì completate le principali linee ferroviarie, ma non decollò l'industria, così come non venne mai attuato il piano Mussolini per la bonifica delle zone interne dell'Isola.

 

La seconda guerra mondiale ebbe poi in Sicilia due momenti assolutamente decisivi: prima lo sbarco degli Alleati il 10 luglio 1943 sulla costa fra Licata e Siracusa, poi la firma (generale Bedell Smith per gli Alleati e generale Castellano per l'Italia) dell'armistizio tra Alleati e Italiani l'8 settembre 1943 a Cassìbile, in provincia di Siracusa. La guerra che si avviava alla conclusione risvegliò quel mai veramente sopito spirito autonomista che aveva già trovato spazio in Sicilia poco prima dell'unità d'Italia e che ora diede origine al Movimento per l'Indipendenza della Sicilia (MIS) che - nato nel 1943 - sembra intrattenne rapporti anche col famoso bandito Salvatore Giuliano. Ma ancora una volta l'autonomismo siciliano riuscì comunque a non uscire dal solco dell'unità italiana: con il decreto legislativo n. 455 del 15 maggio 1946 venne adottato lo Statuto di autonomia speciale della Sicilia, successivamente elevato al rango di normativa costituzionale in seguito alla sua approvazione con legge costituzionale n. 2 del 26 febbraio 1948. Veniva così istituito il Parlamento siciliano, composto da 90 deputati. L'anno successivo è quello della strage di Portella della Ginestra: il 1° maggio 1947, qualcuno aprì il fuoco su una folla di contadini riuniti per una manifestazione sindacale. La responsabilità di quell'eccidio venne presto attribuita agli uomini del bandito Salvatore Giuliano, ma in realtà la strage di Portella della Ginestra, con le sue mille incongruenze, resta ancora oggi fonte di numerosi dubbi e rappresenta il primo dei grandi misteri che segneranno spesso la vita dell'Italia repubblicana.

 

Il secondo dopoguerra - macchiato anche dal violentissimo terremoto che nel 1968 distrusse numerosi centri della valle del Bèlice provocando centinaia di vittime e migliaia di senzatetto - può essere considerato un periodo travagliato, caratterizzato sul piano economico-sociale da periodi di stasi alternati a importanti slanci in avanti. Non si può non ricordare la grande riforma agraria del 1950, con l'obiettivo di risolvere l'annosa crisi delle campagne, espropriando terre e assegnando piccole proprietà. Sempre nel 1950 (il 10 agosto) venne istituita la Cassa per il Mezzogiorno, finalizzata alla promozione agricola, industriale, economica e sociale dell'Italia del Sud; tuttavia, il fenomeno mafioso, penetrante e caratterizzato da ramificazioni che negli anni successivi avrebbero raggiunto livelli sempre più internazionali, ha rappresentato un potente freno al consolidarsi di quello sviluppo economico che la caratteristica vitalità e dinamicità siciliana avrebbero pure consentito. Per quasi tutta la seconda metà del XX secolo, dunque, la Sicilia ha vissuto sospesa tra due opposte dimensioni: da una parte proiettata verso il deciso tentativo di raggiungere livelli europei di sviluppo economico, dall'altra richiamata a dover fare spesso i conti con i retaggi poco felici degli ultimi quattro secoli della sua complessa storia. Sullo sfondo, con la sua presenza sempre soffocante e nauseante, una criminalità mafiosa che ha alternato a periodi di apparente desistenza e inabissamento periodi di aperto scontro frontale con le diverse istituzioni dello Stato, in alcuni casi culminato - soprattutto negli anni Settanta e Ottanta - nell'assassinio di uomini politici, magistrati, agenti di polizia e carabinieri, imprenditori.

 

Il 1992, con le due tragiche stragi di Capaci (23 maggio) e di via D'Amelio a Palermo (19 luglio), in cui hanno perso la vita rispettivamente il giudice Giovanni Falcone insieme alla moglie e agli agenti della scorta e il giudice Paolo Borsellino insieme agli agenti della propria scorta, è stato l'anno che ha rappresentato il culmine dello scontro tra mafia e Stato, uno Stato - è bene ricordarlo - che nella lotta contro la mafia in Sicilia è stato quasi sempre rappresentato da siciliani stessi, spinti dall'amore verso la propria terra e da un infinito orgoglio di essere siciliani. Ciò che è oggi innegabile è che tutta la seconda metà del XX secolo ha visto gradualmente avviarsi in Sicilia un lento ma progressivo processo di sensibilizzazione contro il fenomeno mafioso sia a livello popolare che a livello investigativo, con anche uno Stato certamente più consapevole e meglio attrezzato sul piano legislativo e umano. E anche se il lavoro da fare è ancora tanto e il cammino da percorrere è ancora lungo, non v'è dubbio che i risultati raggiunti da quel 1992 ad oggi sono risultati che solo sino a pochissimi anni prima erano semplicemente inimmaginabili. 

 

La Sicilia di oggi è una terra capace di disorientare chi venendo a scoprirla per la prima volta si aspetta di trovare in essa un luogo in cui il tempo si è fermato. Al contrario, in Sicilia dinamicità e tradizione si scontrano ogni giorno in un perenne rapporto di forza in cui incredibilmente finiscono per prevalere entrambi.

 

 

LA SICILIA DEL XXI SECOLO. La Sicilia, coi suoi 25.708 km2, è l'isola più grande del Mediterraneo e la più estesa regione italiana, rappresentando da sola circa un dodicesimo del territorio nazionale. I siciliani che abitano nella propria terra sono poco più di cinque milioni e ciò fa della Sicilia la terza regione più popolosa d'Italia, subito dopo Lombardia e Campania. Porta d'Europa per coloro che - spinti spesso da condizioni di vita davvero difficili - dal Sud del mondo partono alla ricerca di una esistenza migliore, questa terra alterna una incessante tensione europea con una naturale e incrollabile vocazione mediterranea: posizione geografica e consolidate tradizioni storiche e culturali fanno oggi della Sicilia un autentico luogo di cerniera euro-mediterranea.

 

Immersa nel cuore del Mediterraneo, la Sicilia è bagnata dal Mar Tirreno nella sua costa settentrionale, dal Mar Ionio nella sua costa orientale, dal Mar di Sicilia nella sua costa meridionale; a separarla dalla costa calabrese della penisola italiana provvede lo Stretto di Messina, un braccio di mare largo (nel punto in cui la costa siciliana e calabrese sono più vicine, fra capo Peloro in Sicilia e Torre Cavallo sul lato opposto) appena tre chilometri e in cui la massima profondità che si raggiunge è di poco più di 70 metri.

 

I luoghi comuni e l'abitudine mentale spingono il viaggiatore a immaginare l'Isola come dominata dal sole e dal mare. In parte è certamente vero, ma la Sicilia è capace di stupire alternando ai paesaggi marini regalati dai circa 1.500 chilometri delle sue coste anche suggestivi ambienti montani e boschivi. Sei sono le catene montuose che caratterizzano gli orizzonti siciliani: spostandoci da Messina verso Palermo incontreremo dapprima i Peloritàni, che raggiungono sulla Montagna Grande i 1.374 metri di altezza; poi i Nèbrodi, che hanno nel Monte Soro la loro vetta più alta (1.847 metri); infine le Madonìe, che sul pizzo Carbonara si spingono fino a quota 1.979 metri. Lì dove si incontrano le province di Catania, Siracusa e Ragusa troviamo invece gli Iblèi, un tavolato che non raggiunge i mille metri di altitudine (la quota più alta è quella del monte Lauro, 986 metri) per poi degradare dolcemente verso la costa ionica sud-orientale; poco più a occidente nascono gli Erèi, anche essi caratterizzati da modeste elevazioni, più che altro annunciatrici delle vaste distese di colline costituenti la vecchia area mineraria delle solfare. Al confine tra le province di Agrigento e Palermo si incontrano i monti Sicàni, che raggiungono in quella montagna calcarea che è la Rocca Busambra la loro maggiore elevazione (1.613 metri). Tra gli altri rilievi dell'Isola ricordiamo infine, nel trapanese, il modesto monte Sparagio (1.110 metri) e, nei pressi della pianeggiante Conca d'Oro di Palermo, il monte Pizzuta (1.333 metri).

 

Ma la montagna siciliana per antonomasia è sicuramente l'Etna, che occupa la parte settentrionale della provincia di Catania. Il suo imponente edificio vulcanico (1.337 km2 e 165 km di perimetro) varia periodicamente la propria altezza massima, a seguito degli spettacolari ma innocui fenomeni eruttivi che frequentemente ne interessano le zone sommitali: dopo essersi assestata per molti anni intorno a 3.323-3.343 metri di altitudine, oggi l'Etna si staglia splendida sino ad una quota di circa 3.400 metri. 

 

Altri importanti e affascinanti vulcani siciliani sono poi attivi anche nelle isole Eolie, 11 miglia marine (poco più di 20 chilometri) a nord della costa settentrionale della provincia di Messina. Comunemente, quando si pensa ai vulcanici eoliani, ci si limita allo Stromboli e a Vulcano. In realtà, tutte e sette le singole isole di questo arcipelago sono rappresentate da vulcani... Anzi, più correttamente, da gruppi di vulcani. Precisamente, le Eolie sono solo la parte superficiale di un unico grande sistema vulcanico attivo (cosiddetto arco vulcanico eoliano) che si estende per circa 87 km con gli apparati emersi, ma che si prolunga con altri vulcani sottomarini formando una struttura a semicerchio lunga oltre 200 km. L'isola più orientale delle Eolie è Stromboli (12,6 km2 di superficie e 924 metri di altezza massima); procedendo verso sud-ovest, emergono Panarea (3,4 km2, le eruzioni più recenti - avutesi nell'area dell'isolotto di Basiluzzo - risalgono a circa 10.000 anni fa) e Salina (26,8 km2, l'attività eruttiva più recente - avutasi nell'area di Pollara - risale a 13.000 anni fa); a sud-est di Salina troviamo poi Lipari (38 km2, la sua ultima eruzione - quella di Monte Pilato - risale al 580 d.C., ma, anche se quiescente, è un vulcano da considerarsi ancora attivo, al pari di tutti gli altri vulcani dell'arco vulcanico eoliano) e Vulcano (22 km2 di superficie e 500 metri s.l.m. di altezza massima: l'ultimo cratere formatosi, quello della Fossa, è entrato in attività dodici volte, l'ultima nel 1888-90, e appare oggi ostruito da un tappo di lava), mentre a ovest di Salina si incontrano Filicudi (9,5 km2 e 774 metri s.l.m. di altezza massima, l'attività eruttiva più recente risale a circa 50.000 anni fa) e Alicudi (5,2 km2 e 675 metri s.l.m. di altezza massima, l'attività eruttiva più recente risale a circa 26.000 anni fa). Sempre andando verso ovest, a una ventina di chilometri da Alicudi, il vulcano sottomarino di Monte Eolo ha la propria cima a 700 metri di profondità. Trenta chilometri più in là di Eolo è la volta del vulcano sottomarino di Monte Enarete (la cui cima è 1.000 metri di profondità) e, dopo altri cinquanta chilometri, del vulcano sottomarino di Monte Sisifo (con cima a 1.200 metri di profondità).

 

Sempre nel mar Tirreno, a 60 chilometri dalla costa settentrionale della Sicilia, incontriamo un altro vulcano: Ustica. L'isola omonima (8 km2 e 248 metri s.l.m. di altezza massima) rappresenta solo la parte emersa di un ampio sistema vulcanico la cui base si trova a 2.000 metri sotto la superficie marina: l'attività eruttiva più recente sono datate intorno a 130.000 anni fa.

 

Sommersi nel Tirreno sono poi il Marsili e il Vavilov. Il Marsili (a Nord-Ovest di Stromboli) ha un edificio vulcanico alto 3.265 metri e la sua cima si trova a 540 metri sotto la superficie del mare; è lungo 65 km e largo 40. Il Vavilov non è in realtà annoverabile tra i vulcani siciliani, visto che sorge al centro del Tirreno, sulla verticale che idealmente unisce Trapani all'arcipelago delle Isole Ponziane, più vicino a queste che alle coste siciliane: si tratta, comunque, di un edificio vulcanico alto circa 2.800 metri, con vette a 800 metri di profondità; lungo 40 km e largo 15, in epoca preistorica è già collassato per metà su sé stesso.

 

Lasciando il Tirreno e spostandoci nel Canale di Sicilia, troviamo poi altri tre vulcani. Il primo (ma, anche in questo caso, sarebbe più corretto parlare di un gruppo di vulcani) è Pantelleria: la sua attività più recente sopra il livello dell'acqua risale a circa 5.000 anni fa, ma l'ultima attività eruttiva in ambiente sottomarino è molto più recente e risale al 1891; sull'isola omonima (83 km2), posizionata a 85 chilometri dalla più vicina costa siciliana, è presente oggi un termalismo diffuso, mentre il vulcanismo (da considerarsi attivo) è attualmente quiescente. Il secondo vulcano è Linosa: l'ultima attività vulcanica sopra il livello del mare risale a ben 530.000 anni fa; l'isola omonima (5,43 km2) forma con Lampedusa e Lampione l'arcipelago delle isole Pelàgie. Infine, il terzo vulcano del Canale di Sicilia, è ancora attivo ed è collocato a largo della cittadina di Sciacca; esso è stato per lungo tempo identificato erroneamente con l'Isola Ferdinandea (una piccola isola formatasi durante una breve eruzione nel 1831, oggi completamente sommersa, ad una profondità che va dagli 8 ai 12 metri), ma solo gli studi e le esplorazioni oceanografiche più recenti hanno permesso di comprendere come, in realtà, questo vulcano appartenga alla categoria che la vulcanologia definisce come super-vulcani: si tratta del super-vulcano Empedocle, di cui l'ormai sommersa isola Ferdinandea non è altro che una semplice bocca interna a quell'unico colossale cratere (dimensioni: 35 x 30 km) che costituisce la parte sommitale di un imponente edificio vulcanico. 

 

Terra di monti, boschi e vulcani, dunque, ma anche terra di mare e piccole isole. Tre sono gli arcipelaghi siciliani: le isole Eolie (anche dette isole Lìpari) a nord della provincia di Messina; le isole Egadi a ovest della provincia di Trapani; le isole Pelàgie a sud della provincia di Agrigento. A questi tre gruppi di isole si aggiungono poi l'isola di Ustica (36 miglia marine a nord di Palermo), l'isola di Pantelleria (60 miglia marine a largo di Mazara del Vallo), le isole dello Stagnone (emergenti dalla vasta e bella laguna dello Stagnone, poco più a sud di Trapani), e, in più, una indistinta molteplicità di piccoli isolotti situati a piccolissime distanze dalla costa (per esempio, l'isola di Capo Pàssero, posta all'estrema punta meridionale della Sicilia, oppure l'isola Lachea, situata a largo della verghiana Aci Trezza, ad una manciata di chilometri a nord di Catania).

Autentiche perle immerse nel cuore più blu del Mediterraneo, ciascuna di queste isole riesce a trasmettere a tutti coloro che vi approdano sensazioni, ambienti e panorami di bellezza davvero ineguagliabile, il più delle volte affiancati da sorprendenti testimonianze storico-archeologiche o naturalistiche.

 

La Sicilia non è certamente terra di immense pianure. Spicca però la fertile Piana di Catania che occupa una vasta area situata poco più a sud dell'area metropolitana del capoluogo etneo, quasi a voler fare da contraltare all'edificio vulcanico dell'Etna.

 

I corsi d'acqua siciliani sono sì numerosi, ma tutti caratterizzati da lunghezze e da bacini idrografici modesti: il più rilevante complesso fluviale dell'Isola è comunque quello costituito dai fiumi Simeto, Dittaino e Gornalunga. Il Dittaino e il Gornalunga nascono rispettivamente poco più a nord-est e poco più a sud-est di Enna, praticamente al centro della Sicilia: una volta giunti all'interno della Piana di Catania, entrambi questi fiumi vanno a confluire nel Simeto che arriva da nord (nasce infatti sui monti Nèbrodi, circa 70 chilometri a sud-ovest di Messina) e sfocia infine nel Golfo di Catania.

 

Precipitazioni piovose molto intense ma che normalmente si concentrano solo tra fine ottobre e fine marzo e che inoltre sono piuttosto irregolari da un anno all'altro, una grande diffusione di terreni argillosi impermeabili, una morfologia tormentata che non favorisce certo la nascita di lunghi corsi d'acqua: sono tutti importanti ingredienti di quel problema siciliano che è l'approvvigionamento idrico. Da sempre, sin dalle epoche più remote, l'acqua ha dovuto rappresentare per la Sicilia e per i Siciliani il tesoro più grande, il bene più prezioso, la risorsa primaria da conquistare. E l'acqua, per la verità, è stata negli ultimi decenni sempre più al centro dell'attenzione, con la realizzazione di un imponente sistema di ben 23 bacini artificiali, con la costruzione di alcuni dissalatori, con il potenziamento della rete di distribuzione: uno sforzo economico e tecnico di notevole rilievo, che però lascia ancora oggi moltissimo spazio al da farsi, soprattutto sul piano dell'organizzazione e della gestione delle cospicue risorse idriche adesso esistenti.

 

Regione a statuto speciale dal 1946, la Sicilia di oggi è amministrativamente suddivisa in nove province (di cui tre città metropolitane: Palermo, Catania e Messina). L'Assemblea Regionale Siciliana (ARS) è l'unica in Italia a poter utilizzare, in virtù della legge speciale che interessa la regione stessa, il titolo di parlamento; i suoi componenti (90, eletti ogni 5 anni) sono perciò identificati come deputati. L'Assemblea si riunisce, dal 1130, nella Sala d'Ercole sita all'interno del Palazzo dei Normanni, a Palermo. Il Parlamento siciliano, considerato tra i più antichi del mondo (secondo soltanto a quello islandese), si era riunito per la prima volta nel 1129 a Mazara del Vallo. Palermo è capoluogo regionale ed esercita nella parte occidentale dell'Isola quello stesso ruolo centrale che nella sua parte orientale è invece esercitato da Catania: sono proprio queste le due maggiori città della regione, che insieme a Messina rappresentano anche le città metropolitane siciliane. Palermo, pur periferica in senso strettamente geografico, mantiene ovviamente un ruolo centrale nella vita politica e amministrativa isolana; Catania, da parte sua, caratterizzata com'è da una estrema vitalità economica e commerciale, ha saputo conquistare nel corso dei secoli un suo preciso ruolo transregionale, tanto da essere dotata di un aeroporto che è oggi il terzo d'Italia per volume di traffico. Messina e Siracusa, situate rispettivamente a nord e a sud dell'area metropolitana catanese, chiudono quel tratto della costa ionica siciliana che è in pratica il più urbanizzato dell'Isola.

Ma se Palermo e Catania rappresentano sicuramente i due più importanti poli urbani e metropolitani della regione, bisogna però sottolineare come in realtà questo non basti neanche lontanamente ad offuscare il contributo che ogni altra provincia siciliana ha saputo e sa ogni giorno dare alla terra di cui fa parte. Impossibile non rimanere affascinati dalle testimonianze culturali, storiche e archeologiche che sono disseminate letteralmente in ogni angolo dell'isola, a testimonianza di una storia che qui non ha fatto sconti a nessuno: da questo punto di vista, non esiste in Sicilia un unico polo di attrazione davvero capace di prevalere su tutti gli altri. E questo è anche il motivo per cui un vero viaggio in Sicilia non può che essere anche un giro della Sicilia.

 

La Sicilia del XXI secolo è una terra in cui ci si sforza sempre più di far convivere le mille vocazioni che questa Isola è in grado di esprimere.

 

Anche se ovviamente, pure in questo caso, lo spazio per il da farsi non manca di certo, è innegabile come negli ultimi anni gli sforzi per dotare la Sicilia di infrastrutture più adeguate alle legittime aspirazioni dell'Isola inizino a dare concretamente i loro frutti. La rete stradale e autostradale in reale espansione, le infrastrutture aeroportuali in continuo e regolare ampliamento, le maggiori aree urbane e metropolitane in corso di sostanziale ammodernamento: sono certamente tutti dati che fanno ben sperare. Amplissimi margini di miglioramento rimangono invece ancora oggi nell'ambito delle infrastrutture portuali e, soprattutto, nell'ambito del trasporto ferroviario, che è oggi assolutamente inadeguato e non ancora in grado di competere con il trasporto su gomma.

 

La scoperta di alcuni giacimenti di petrolio negli anni Cinquanta non si può certo dire che abbia giovato molto all'Isola, né dal punto di vista strettamente economico, né sul piano della riduzione dei sempre elevati livelli di disoccupazione, né sul versante della salvaguardia ambientale: in alcuni casi, la costruzione di enormi impianti petrolchimici ha infatti rovinato la vocazione turistica di autentici paradisi ambientali. Oggi, queste esperienze passate spingono legittimamente la Sicilia e i siciliani a schierarsi, spesso in modo netto e duro, contro qualunque altra ipotesi di industrializzazione pesante e invasiva che vada a perseverare negli errori del passato.

Un impatto positivo sulla realtà economica ha invece avuto la diversificazione produttiva fatta di piccole e medie imprese industriali sorte intorno alle aree metropolitane di Catania e Palermo: una strada che senz'altro merita oggi di essere quotidianamente rilanciata con sempre maggior coraggio e vigore.

 

Agrumi e viti rappresentano la punta di diamante dell'agricoltura siciliana. Gli agrumi di Sicilia, coltivati soprattutto nella Piana di Catania e nella Conca d'Oro di Palermo, non hanno certo bisogno di presentazione, essendo nel mondo intero sinonimo di qualità e di sicilianità. Ma da tempo immemorabile la Sicilia è anche terra di vini di altissima qualità, un po' dappertutto: da nord a sud, da est a ovest, dalle falde dell'Etna alle zone di Trapani e Marsala: in particolare, l'impianto di nuovi vitigni e l'ammodernamento delle aziende vitivinicole ha portato molti vini siciliani a livelli di vera eccellenza, apprezzata sui mercati internazionali. Per il resto, agricoltura in Sicilia vuol dire anche pistacchi, mandorle, grano (coltivato in tutta la vasta zona centrale dell'isola) e olivo, ma un altro settore molto importante dell'agricoltura siciliana è anche quello della coltura di primizie in serra.

 

Un posto di primo piano nell'economia siciliana è poi occupato dalla pesca. La Sicilia è la regione italiana con la maggior quantità di pescato e a Mazara del Vallo (in provincia di Trapani), oltre ad esservi la più grande e importante marineria d'Italia, vi è uno dei meglio attrezzati porti pescherecci del Paese. Tra l'altro, è proprio nelle acque siciliane che si pesca circa l'80% dei tonni nazionali e, in questo senso, un posto di primissimo piano lo ha sicuramente la pesca del pregiato tonno a pinna blu, ricercatissimo ed esportato in tutto il mondo.

 

Tra le maggiori voci dell'economia siciliana è poi impossibile non citare il turismo. L'Isola dimostra ogni giorno di più di saper puntare con sempre maggiore efficacia sia sull'organizzazione del turismo più classico e tradizionale, sia sulla promozione e sull'offerta di forme di turismo nuove e ricche di fantasiosi stimoli. Turismo culturale, turismo archeologico, turismo naturalistico, turismo escursionistico, turismo balneare, turismo di svago: la Sicilia riesce ad accontentare proprio tutti, basta saper cercare orientandosi tra le mille offerte di questa terra generosa e dal cuore grande, a cui la Storia stessa ha insegnato ad accogliere sempre tutti.

 

 

LA BANDIERA SICILIANA. Nella bandiera siciliana sono tre gli elementi simbolici richiamati: la Trinacria (tre gambe unite che sembrano ruotare), la testa di Medusa, lo sfondo bicolore (giallo e aranciato).

 

LA BANDIERA SICILIANA

 

E' probabile che il simbolo della Trinacria affondi le proprie radici nelle antichissime tradizioni degli Indo-ari, che gli assegnavano un profondo significato religioso, quasi mistico. Successivamente questo simbolo antichissimo si è andato evolvendo, diversificandosi per forme e stili e trovando ampio spazio in molte parti d'Europa. Ancora oggi, per esempio, è proprio un simbolo triscelico a identificare l'isola di Man (nel mar d'Irlanda).

 

LA BANDIERA DELL'ISOLA DI MAN

 

Si può ritenere che la Trinacria sia giunta in Sicilia attraverso i Greci: è infatti proprio al periodo greco che risalgono le prime effigi trisceliche rinvenute in mosaici o su monete.

 

 

E nel medesimo periodo dovette probabilmente pure diventare simbolo stesso dell'Isola, anche e soprattutto per analogia con la sua forma triangolare; lo stesso termine greco Trinacria farebbe infatti riferimento alla forma della Sicilia: Trinakrìa, l'isola a tre (treis) punte (àkrai). Intorno alla Trinacria siciliana sono oggi raffigurate tre spighe di grano collocate ciascuna tra le tre gambe della Trinacria stessa. 

 

Al centro della Trinacria è poi raffigurata la testa di Medusa. Nella mitologia greco-romana, Medusa (in greco, Médousa) era una delle tre Gorgoni (in greco, Gorgònes), figlie di Forco, con capelli di serpenti e dotata del potere di pietrificare chiunque la guardasse. 

 

Sullo sfondo, infine, i colori aranciato e giallo, sulla cui origine si fanno due ipotesi. Secondo alcuni, essi deriverebbero dai colori del casato d'Aragona (colori ancora oggi presenti nella bandiera spagnola): infatti, la prima volta in cui la bandiera è stata esposta risale proprio all'insurrezione del Vespro anti-angioino del 1282, insurrezione nata appunto dal desiderio di acclamare re Pietro II d'Aragona. Secondo un'altra e più probabile ipotesi, i due colori sullo sfondo deriverebbero invece dall'accostamento dei colori comunali di Palermo (aranciato) e di Corleone (giallo), unitisi per primi nel Vespro contro gli Angioini. C'è da dire, comunque, che nella bandiera originale dei tempi del Vespro, i colori si trovavano in posizione invertita rispetto alla versione attuale: mentre oggi è il giallo il colore di attacco all'asta, in origine era l'aranciato il colore con cui la bandiera veniva attaccata all'asta.

 

LA BANDIERA SICILIANA DEL 1282

 

In ogni caso, il collegamento tra la bandiera siciliana e la Rivolta dei Vespri Siciliani del 1282 è assolutamente certo: ideata ufficialmente proprio in quell'occasione dalla Confederazione delle Città della Sicilia, è stata nei secoli successivi sempre unanimamente accolta e utilizzata dai Siciliani come propria bandiera, in simbolo di libertà, sino a giungere ai giorni nostri con tutto il suo carico di storia e di memoria. La sua adozione formale è però recente: è infatti solo con la legge 4 gennaio 2000 n. 1 che il Parlamento Siciliano (l'ARS, Assemblea Regionale Siciliana) ha legislativamente scelto, come propria bandiera, quella che nella storia e nell'immaginario collettivo è sempre stata la bandiera della Sicilia e della sua autonomia.